Fondazione Omiccioli


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Recensioni

Alfonso Omiccioli





Che sia possibile, fuori del "gusto" attuale spaziale e coloristico, creare una pittura che riesca riscattarsi solo per la sua genuinità, ce lo dimostra con i Suoi dipinti, Alfonso Omiccioli.
Si tratta di una pittura che per non avere alcun sospetto della necessità della ricerca della "forma" e del "linguaggio" affidandosi soltanto a sentimenti elementari, con decisione e semplicità tesse il suo racconto.
Si dirà che la parte positiva dell'opera nasce da un innesto su di un tronco pittorico di famiglia ma quello, per cui l'opera di Alfonso si distingue sta nella franchezza ed elementarità del Suo disegno e nella crudezza e scabrosità del Suo colore i quali determinano il carattere e la fisionomia dell'opera stessa; una fisionomia originale, perfettamente individuabile segno sicuro della Sua vera ragione d'essere.


Giugno 1971 Luigi Montanarini


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Non è possibile parlare della pittura di Alfonso Omiccioli senza fare un riferimento al suo più grande e celebre fratello Giovanni, così come non si possono scindere artisti appartenenti alle stesse remote famiglie, i Ciardi, ad esempio, i Caracci , i Brueghel, i Bellini e così via risalendo nel tempo, non soltanto per la parentela o il comune lavoro di bottega, quanto per il carattere fatturale e poetico che li unisce e li fa riconoscere - ognuno distinto dall'altro - in mezzo agli altri gruppi di bottega o di corrente.
E' l'entusiasmo il carattere essenziale della pittura di Alfonso, il suo inerme e disarmante slancio verso la bellezza, la forza con cui vede e crede nelle emozioni oggettive. I suoi colori cantano, i suoi alberi coperti di gemme o spolverati di neve sembrano danzare ai ritmi del vento di una perenne primavera, i gialli squillano come trombe di fanfara, e anche nei crepuscoli silenziosi delle spiagge deserte senti la gioia del riposo pulsante di vita. Le vele sul mare, le case ai margini della brughiera, gli scogli scintillanti, le rocce antropomorfe, i prati fioriti hanno una carica di giovinezza cromatica , una vivacità impaziente, una straordinaria allegria..........


1972 Ugo Moretti


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Scritto di Giovanni per Alfonso in occasione della mostra a Roma del 1974


In questa caotica e disorientata vita, imbevuta di rancori e cinismo, è naturale che il sentimento venga considerato come fosse un pericolo pubblico da cui ci si deve ben guardare.In arte, quindi, il dilagare del conformismo
e quello delle varie dialettiche, si sono sostituite a questa.
E allora il desiderio di molti pittori di sciogliersi da queste catene di una pseudo cultura.
Così il desiderio di una libertà da ritrovare se stessi nella grandezza della natura, che nulla ci chiede e tutto ci offre.
Poche ore di questa libertà, perché in città ci si porti dietro una tela su cui vi è dipinto un "motivo" caro al pittore.
Come espressione di semplicità, vissuta in solitudine, lontano da infezioni o mode.
E questo è anche il caso di mio fratello Alfonso.


Novembre 1974 Giovanni Omiccioli


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Pop e op, arte cinetica e neodadaismo, neocostruttivismo e neoliberty, nuova figurazione e altri neo-ismi e altre categorie e altri schemi: chi delle singole tendenze artistiche contemporanee è stato pioniere o, mosso da intima vocazione, le ha seguite; chi, insomma, ha avvertito quelle singole tendenze come esigenze connaturate al proprio temperamento, è senza dubbio meritevole di considerazione e , perché no?, di ammirazione. Ma, quanti sono i sinceri? E quanti i puri? Non pochi, confessiamolo, hanno obbedito ad un calcolo opportunistico, e parecchie "conversioni" hanno avuto l'aria di abili allineamenti.
Alfonso Omiccioli, la cui dote precipua è quella di essere, oltre che pittore, un disegnatore di legittima qualità, è di quelli, invece - e sono pochissimi nella " Gran Cofusione", per dirla col Lawrence, delle odierne arti figurative -, che, oggi come ieri, come sempre, preferiscono essere se stessi, creare in libertà, lontani da "posizioni gridate", che è come dire: fuori da imposizioni di schemi o di formule di tendenza.......
Non ha angosce da confessare, Omiccioli, né presentimenti di annientamento. Al contrario, dove altri rivelano voci ansiose e figure drammatiche, egli confida un quieto desiderio di raccontare, con parole semplici, quasi dimesse, i suoi trepidi stati di grazia, fatti di attimi gioiosi, di pause brevi di natura, di soste veloci dell'occhio.......


Dicembre 1975 Raffaele Mazzarelli


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…........eccoci a tu per tu con la pittura di Alfonso Omiccioli, che è il suo modo di testimoniare e di sentirsi in pace pur nella inquietudine del contesto esistenziale. Appare chiara la legittimazione di una figuratività che contraddice, con la sua semplice ma tutt'altro che semplicistica fisionomia, alle latitudini clandestine; l'artista è agli antipodi del linguaggio cifrato, non certo per difetto di evoluzione culturale (egli si è guardato attorno ed è andato avanti, filtro dopo filtro, ma gli aspetti ottimali della autodidassi non sono stati sovvertiti nella competizione velleitaria), ma per spontaneità di consenso ai suggerimenti visivi.
Questo arioso paesismo, tutto vibrazioni e cadenze di luce, impegna in una lettura diretta, senza sottintesi; il racconto cresce musicalmente su di sé, scaturendo da una sorta di idillico silenzio, da una contemplazione rarefatta. Eppure, la carica trasfigurante - un sottile dilatarsi della atmosfere, un migrare dei contenuti verso traguardi onirici, oltre la propria realtà percettiva - ci dice che la visione di Alfonso Omiccioli non si è determinata sul metro di un puro registro sensorio né su quello della suggestione memoriale...... Nel momento in cui diventano indefinibili i confini fra mondo oggettivo e fantasia nasce il quadro; ed è ancora, pur nel vanificarsi delle apparenze fortuite, generosa comunicazione.......



Maggio 1978 Renato Civello


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Alfonso Omiccioli è entrato nel mondo della pittura in punta di piedi, ha combattuto (è il termine esatto) con quella testardaggine che gli è congeniale per inserirsi nel mondo favoloso dell'arte senza fare baccano. Ha sempre evitato qualsiasi collusione con persone o gruppi e, quantomeno, con mercanti d'arte. Non vuole farsi reclamizzare perché non ne ha bisogno.
Le sue opere sono qui "coram populo" e parlano un solo linguaggio: quello dell'umiltà e della serietà. Sono una innegabile realtà per la quale Omiccioli è ormai da considerarsi degno di appartenere a quella Scuola Romana di espressionisti fondata da due mostri sacri: Gino Bonichi (Scipione) e Mario Mafai.
E di quest'ultimo, Omiccioli, oltre che ammiratore era anche amico. Non potrò dimenticare una frase che il buon Mafai, poco prima di morire (1965) disse a Omiccioli: "seguita a dipingere. Ricordati che buon sangue non mente" .


Giugno 1978 Valerio Valeri





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